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INTRODUZIONE          

La Cava Ispica, lunga ben 13 km, fu abitata sin da tempi preistorici e, in minima parte, fino al 1900. L’abitato si spostò lentamente verso il colle Calandra a seguito del terremoto del 1693 che devastò gran parte della Sicilia sud-orientale.

In questa area si sviluppava l’abitato rupestre dell’antica Spaccaforno e di Hyspicaefundus in precedenza, occupando uno sperone di margine compreso tra due depressioni, Cava Mortella e Vallone Barrera. Qui scorreva il fiume Busaidone che una volta mediante canalette scavate nella roccia irrigava orti e agrumeti del fondo valle. La vita si sviluppava principalmente attorno all’agricoltura e, sfruttando l’energia dell’acqua e del vento, furono costruiti sei mulini <al tempo della feudalità> di proprietà dei marchesi Statella. Questo numero  di  mulini venne ritenuto sufficiente e per lungo tempo non fu consentita la costruzione di altri impianti. Con molta probabilità ne furono costruiti di nuovi nell’Ottocento, come il Mulino dei tre ladri, e vennero dati in affitto ai privati.

STRUTTURA     

Il Mulino dei tre ladri verosimilmente fu costruito nel 1800 e rimase in funzione fino allo stesso secolo. Non siamo in possesso di notizie certe ma, da un recente restauro, è venuta fuori una poco chiara iscrizione sull’architrave dell’apertura principale che probabilmente fa riferimento alla data di costruzione. Inoltre, è anche emersa un’intera necropoli tutt’attorno al mulino, alcune sono tombe di famiglia ed in una, con chiusura interna più piccola, sono state rinvenute ossa di un bambino. Il mulino sorge in corrispondenza della strada Barriera, una via serpentinata alla quale si accostano alte pareti rocciose stracolme di grotte, abitazioni, chiese paleocristiane in essa scavate. In questa località dovette esistere una grande muraglia con grosse travi infisse nel suolo (les barrés) a difesa dell’abitato e da questa deriva il nome Barriera.

Il mulino dei tre ladri misura 60 metri quadrati, è costituito da una sola stanza col tetto spiovente e risulta in buono stato. L’acqua veniva convogliata per mezzo di un sistema di canali che doveva far girare un’enorme macina. Fino a non molto tempo fa esistevano ancora all’interno del mulino alcuni macchinari. Sopra la struttura si possono notare i resti di un muraglione in pendenza con una canaletta che raggiunge il vicino abbeveratoio, fatto costruire dai marchesi Statella nel 1700. Su un piano ribassato a fianco della costruzione si trova una grotta di una ventina di metri quadrati, forse utilizzata per sistemare gli animali da tiro.

Dal retro  del  mulino  si  può  ammirare  la  necropoli  di Scalaricotta, sul costone roccioso antistante.

STORIA E FUNZIONAMENTO  

Il commercio del frumento, in tutte le sue fasi di produzione fino alla macinatura, era soggetto a rigidi controlli. Il frumento, raccolto nelle terre del feudo, doveva esser macinato necessariamente nei mulini esistenti a Spaccaforno, di proprietà degli Statella. Chi usufruiva dei mulini doveva pagare al mugnaio o a persona di fiducia degli Statella il diritto di farinella (un coppo per ogni tumulo di frumento macinato, poi cambiato in denaro). I Giurati ed il Barone stesso si occupavano del regolare svolgimento delle operazioni di pesatura e macinatura del grano. Come se non bastasse, a questi veniva aggiunto il diritto di crivellatina, percepito dai maestri crivellatori, ovvero da coloro che si occupavano della crivellatura del grano.

Era importante che all’interno di ogni mulino vi fossero due custodi ai quali affidare la vigilanza, per evitare le frodi che solitamente venivano commesse: uno doveva restare al mulino per macinare, l’altro doveva girare per la città a controllare che il frumento non venisse trasportato in altri mulini diversi da quelli del Principe. Obbligato era anche il percorso dei carrettieri, che dovevano effettuare il trasporto di giorno passando per la strada di San Giovanni. Severissime le regole per i trasgressori, dalla multa alle pene corporali.

CURIOSITÀ                 

Sul curioso nome di questo mulino aleggia un alone di mistero. Dai racconti popolari si evince che la gestione del mulino fosse affidata a tre fratelli che pare trattenessero per sè parte del grano macinato. E ancora, fino al novecento veniva considerato un posto da evitare, perchè si raccontava che chi passava di lì venisse derubato e picchiato.

BIBLIOGRAFIA           

Giovanni di Stefano, Salvina Fiorilla, L’abitato rupestre nella Sicilia sud orientale: l’esempio di Ispica, in III Congresso nazionale di archeologia medievale - Castello di Salerno, Complesso di Santa Sofia, Salerno, 2 - 5 ottobre 2003, Società degli Archeologi Medievisti italiani, All’insegna del Giglio, 2003

-Vincenzo Asta, Il feudo di Spaccaforno nel XVIII secolo, in Hyspicaefundus, anno V numero 11 - dicembre 2008, Ispica

-Sesto Bellisario, Cava d’Ispica (la città delle caverne), Vol. II, La tartaruga editrice, Ispica, 1987

-Leonardo Arminio, Spaccaforno nel secolo decimonono, Vol. I, edizioni comune di Ispica, 1983

Erbario digitale  (a cura delle classi terze della S.S. di I Grado  a.s. 2021/2022)

Mulino dei tre ladri (riprese, video e montaggio a cura di Bruno Abbate)

Video promo "Ispica, la città che puoi sentire..." - a cura della Pro - loco Spaccaforno

Video "Divorzio all'italiana" a cura della Pro - loco Spaccaforno

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